Settant’anni senza Gandhi

Roberto Catalano su Città Nuova online

Mi ha fatto impressione guardare il TG2 stasera, 30 gennaio 2018. La notizia di apertura ci ha riportato 70 anni indietro, al martirio di Gandhi, il Mahatma, la Grande Anima, come lo aveva soprannominato Rabindranath Tagore, altro grande indiano del secolo scorso.

Quel tardo pomeriggio di fine gennaio 1948, in un’India ormai indipendente, ma ancora agitata da tensioni sociali fra indù e musulmani, Gandhi cadeva sotto i colpi sparati da Nathuran Godse, un indù anche lui, figlio di una ideologia estremista che non aveva perdonato al piccolo grande uomo di essere aperto a tutti gli uomini e le donne, a prescindere dalla loro etnia, lingua, cultura, casta e, ovviamente, religione.

Lo storico Mieli in un breve commento al termine del servizio del TG2 lo ha paragonato a Gesù, scusandosi per il ‘paragone irreverente’. Eppure, non si può non riconoscere che Gandhi, come pure san Francesco, è forse l’uomo che più ha ispirato paragoni con quell’uomo di Galilea, Figlio di Dio per i cristiani ma anche ispirazione spirituale ed etica per persone di culture e religioni diverse. Da parte sua, il Mahatma, pur essendo indiano ed indù apparteneva ed ancora appartiene all’umanità intera. E’ stato un vero dono di Dio per tutti gli uomini e le donne del secolo scorso, ma continua ad esserlo anche oggi e resterà, anche nei secoli a venire, un modello per costruire la pace, attraverso l’impegno alla non-violenza.

Da sempre è stato difficile esprimere un giudizio storico ed umano su questo indiano che ha proposto al mondo una personalità poliedrica, capace di spaziare dal suo rapporto con Dio alla visione sociale e politica del mondo, di intervenire senza paura su questioni scottanti come la militarizzazione del pianeta e, contemporaneamente, proporre soluzioni rivoluzionarie a problemi endemici dell’umanità. Inoltre, ha offerto un suo commento ai libri sacri della sua religione, soprattutto il Gita, con una prospettiva e profondità da vero guru spirituale. Poco prima di cadere sotto le pallottole di Godse aveva affermato che solo dopo che i suoi occhi si fossero chiusi nella morte, la storia avrebbe potuto dare un giudizio su quella vita che non ha lasciato nessuno, fra coloro che lo hanno conosciuto, indifferente.

Gandhi resta un modello ed un punto di riferimento per tutti coloro che credono alla pace, come hanno dimostrato nel corso anche degli ultimi decenni, personaggi di grande rilievo come Martin Luther King o Nelson Mandela, che si sono ispirati alla sua teoria e prassi della non-violenza per affrontare problemi gravi di pezzi di umanità. Oggi più che mai abbiamo bisogno delle sue intuizioni e della sua testimonianza. L’aspetto che più colpisce è la sua dimensione spirituale, che è stata radice alle sue molteplici battaglie incentrate sulla ahimsa, la non violenza. Possiamo dire che Gandhi è stato portatore di un carisma: un vero dono di Dio per l’umanità intera, ben al di là della sua cultura e religione, del suo humus di provenienza e del contesto storico in cui ha vissuto. La sua vita, “i suoi esperimenti con la verità”, come amava chiamare le sue esperienze, la sua prospettiva universale, l’influenza affascinante che ha esercitato su milioni di persone e la testimonianza dei suoi ideali fino al martirio hanno aperto una esperienza spirituale, che potremmo definire una via che porta a Dio.

Diceva lui stesso. “Conosco la via. È diritta e stretta. È come la lama della spada. Sono felice di camminarvi, anche se verso lacrime quando scivolo. Ma ho fede nella parola di Dio: ‘Chi persevererà, non perirà’. Quindi anche se per via dei miei limiti sbaglio migliaia di volte, non perdo la fede, sperando un giorno, quando la carne sarà completamente soggiogata (e quel giorno verrà), di vedere la Luce”[1]

“Sono un uomo di fede. La mia fiducia è solo ed unicamente in Dio. Un passo non è sufficiente per me. Lui, al momento giusto, mi fa capire quando fare il prossimo passo.[2]” “Quanto ho fatto nella vita, per quanto sia sorprendente, non è venuto fuori dalla ragione, ma dall’istinto, da Dio[3]”

 

[1] Young India, 17-6-1926 pag. 215

[2] Harijan, 20-10-1940, pag. 330

[3] Harijan, 14-5-1938, pag. 110