l’Intervista del Direttore – Jihad, Ponte tra due culture

Jihad è studentessa del terzo anno, alla facoltà di Economia e Commercio di Firenze.
Nata in Marocco, viene in Italia a 5 anni con i genitori e il fratello. Rimane fino alla terza elementare, poi rientra a Marrakesh. Ancora in Italia con la famiglia, frequenta le medie e la prima superiore. Conclude in Marocco la scuola superiore in un Istituto sorto da un progetto tra l’Italia e il Paese magrebino.
Adesso l’Università.
Ho scelto economia perché entra in gioco in ogni aspetto della vita. Mi piacciono anche le lingue, quelle che ho sempre usato, l’arabo, l’italiano, il francese e l’inglese che ho studiato. Le lingue abbinate all’economia, offrono buone possibilità di lavoro.
Perché hai voluto dedicare un anno per l’esperienza di servizio civile regionale, presso il Centro Internazionale Studenti La Pira?
Anzitutto desideravo fare una piccola esperienza professionale, che mi potesse aiutare a conoscere il  mondo del lavoro. Il servizio civile, in certo modo, ti aiuta a imparare ad avere rapporti con gli altri nell’ambito del lavoro, al rispetto di un orario ecc. Ma è anche una bella opportunità di crescita personale. Ho scelto il Centro perché conoscevo l’associazione. Mio padre e altri amici avevano studiato qui. Mi piaceva questo luogo. Inoltre, lo conoscevo bene perché vi avevo collaborato attraverso Islamic Relief, ONG che si occupa di beneficenza e di cooperazione internazionale. E anche per l’accoglienza del Centro all’Associazione dei giovani musulmani in Italia, di cui faccio parte.
Il nome Jihad, evoca diffusamente un senso di paura. Viene associato alla “guerra santa”, come atto violento di aggressione. Ma tu sei una ragazza gentile, solare e pacifica e ti chiami Jihad. Qual è il vero significato di questa parola, riportata nel Corano?
Nel Magreb, la parola Jihad come nome proprio, viene data sia alle bambine che ai bambini. Anche se qualche volta, qui in Italia, questo mio nome suscita interrogativi, sono molto contenta di chiamarmi così. In Siria, al monastero di Mar Musa, c’è un Padre cristiano che porta lo stesso nome.
Qui, purtroppo, si associa la parola Jihad con il terrorismo, con Isis e tutto questo disastro. Ma jihad significa sforzo. Lo sforzo per raggiungere un obiettivo; ed essendo una parola del Corano, assume poi anche un significato religioso: è un’azione spirituale che segue la via di Dio, che è il Bene. Jihad è la lotta interiore – con l’aiuto di Dio –  per liberarsi dal male, per superare l’egoismo, l’orgoglio, la superbia. Jihad è anche ciò che possiamo fare per migliorare la società, per il bene di tutti. Avere questo nome mi aiuta a riflettere.
In secondo luogo, la parola Jihad è anche usata in senso militare, come conflitto armato, ma sempre nel senso della difesa da una aggressione in atto: la difesa del territorio, della patria ecc.
Su questo, a me pare che il Corano sia chiaro nel dire che la guerra non può essere voluta da Dio, quando afferma che se si uccide un uomo, si uccide tutta l’umanità e se si salva un uomo è come se si salvasse l’umanità intera. La guerra non è mai santa o giusta; la sola cosa giusta da fare è sempre la pace. E bisogna gridare che il vero musulmano non può essere un terrorista. Chi lo fa è una persona manipolata, confusa o cattiva.
Tu, come ragazza musulmana, hai scelto di portare il velo. Che messaggio vuoi dare con questo simbolo religioso?
Sono fiera di questa scelta. Il velo l’ho addirittura voluto portare fin da bambina, da quando frequentavo la scuola elementare. Lo sento come parte di me: ricorda che cerco sempre un rapporto con Dio; che la vita non è solo una cosa materiale, ma che c’è anche un’altra dimensione, la dimensione dello spirito.
Quali i tuoi progetti? Ti senti potenziale costruttrice di relazioni di pace, attraverso il tuo studio e il tuo futuro lavoro? Ti percepisci come Ponte tra due culture?
Come musulmana che vive in Italia, sento importante mostrare come devono essere i veri musulmani. Tante mie amiche e amici italiani, quando sentono dire cose brutte verso i musulmani, rispondono che non è così, che non si può generalizzare, perché loro hanno un’amica che si comporta bene e vuole sempre la pace, che aiuta gli altri ecc. Qui in Italia, un musulmano – essendo minoranza – è molto osservato e quindi ha una grossa responsabilità e un peso importante per non far crescere i pregiudizi e gli stereotipi.
Per il resto vorrei laurearmi il prima possibile per lavorare, pensando al Marocco e all’Italia, i miei due Paesi ai quali devo molto.
E poi, una cosa che mi piacerebbe vedere a Firenze è una moschea dignitosa. Luogo importante per la comunità islamica, che sarebbe giusto avere. Se ne parla da quando ero bambina, ma non si riesce a realizzarla. Non so perché; ma so che prima o poi verrà.
a cura di Maurizio Certini, Direttore del Centro Internazionale Studenti Giorgio La Pira